“Ti sei sentito tradito?”.
— Fabrizio Biasin (@FBiasin) June 8, 2025
Spalletti ci pensa, si alza e se ne va.
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“Qualcuno ti ha tradito?” – si commuove e se ne va. Ed è lì che ho capito tutto.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel calcio di oggi.
Lo capisci quando un uomo come Luciano Spalletti, a 24 ore da una partita decisiva per le qualificazioni mondiali, viene esonerato, ma viene anche mandato in conferenza stampa a ufficializzare da solo il proprio addio.
Una scena surreale, quasi crudele. Ma lui, Luciano, si presenta. A testa alta.
Perché è fatto così: non fugge, non cerca scorciatoie. Ci mette la faccia. Sempre.
L’uomo, prima del tecnico
Io, su questo blog, scrivo soprattutto di Inter. Ma oggi non ce la faccio a tacere.
Perché Spalletti è stato uno dei pochi uomini veri passati in quegli anni durissimi a Milano.
È stato lui a riportarci in Champions, dopo stagioni buie, tristi, umilianti.
È stato lui a fronteggiare da solo il circo mediatico del caso Icardi-Wanda, senza mai tradire il club, senza mai tradire noi tifosi.
Ha scelto da che parte stare, e ha scelto la parte più difficile: quella dell’Inter.
Con coerenza. Con rispetto. Con amore vero.
E chi ama l’Inter davvero, quelle cose non le dimentica.
Nazionale: un fallimento? No, una battaglia persa
L’avventura con la Nazionale non è andata bene. Questo è sotto gli occhi di tutti.
Ma non giudicate Spalletti solo per un risultato.
Perché ha provato a rianimare una squadra spenta, confusa, senza identità.
Ha difeso il gruppo, ha parlato di tricolore, di appartenenza, di emozione.
Ha messo l’Italia prima di sé stesso, anche nei momenti più difficili.
E oggi, pur sapendo di essere stato scaricato, guiderà comunque la squadra contro la Moldova.
Perché è un uomo di parola, perché non abbandona.
L’ultima domanda
“Luciano, qualcuno ti ha tradito?”
Silenzio.
Occhi lucidi.
Lui si alza, va via in lacrime.
Ed è lì che ho capito tutto.
Lì ho capito che non importa quanti titoli vinci o quanti gol fai segnare.
Conta essere uomini veri.
Conta rimanere in piedi anche quando ti piegano.
E io, oggi, sto dalla parte di Luciano.
Perché non è solo un allenatore.
È uno che ama quello che fa. È uno di noi.
Un uomo che ha sempre scelto la strada dell’onestà, della dignità, del lavoro silenzioso.
Grazie, Mister.
Domani sarà la tua ultima panchina con la Nazionale.
Ma sappi che su quella panchina non sarai solo.
Ci saremo anche noi.
Quelli che non dimenticano.
